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Intervista di Fiammetta Pezzati

La prima volta che mi è capitato di assistere ad un concerto dei Killer Queen era la fine del 2001 e mi trovavo con fratello e amici in un capannone nella zona industriale di Prato, che al tempo era un locale rock molto in voga. Da fan esagitata al limite dello stalking dei Queen quale tuttora sono, ero veramente incuriosita mentre li aspettavo sotto il palco con la birra che mi si scaldava tra le mani e quando partì il nastro di introduzione al gruppo con Party (pezzo semisconosciuto da “The Miracle”) iniziai a sentirmi davvero felice.

Sono passati più di dieci anni da allora e da un anno e mezzo circa ho iniziato a seguire attivamente i Killer Queen, collaborando come posso alla promozione del gruppo. Mi ritengo davvero fortunata per aver vissuto dall’interno i due più grandi spettacoli cui hanno dato vita negli ultimi anni. Mi riferisco, ovviamente, al concerto monografico su Innuendo con accompagnamento di orchestra sinfonica del 2011, e all’esibizione dello scorso maggio con Kerry Ellis, entrambi svoltisi all’Obihall di Firenze.  Il che significa che, oltre ad assistere al prodotto finale, ho visto nascere l’idea, ho visto crescere il progetto, con tutto quello che è naturalmente collaterale. Discussioni, speranze, delusioni, esaltazione, impegno.

 

Per rendere l’idea abbastanza fedelmente ci vorrebbe uno spazio molto meno angusto di quello di un articolo e chissà se riuscirei nell’intento; tempo fa proprio Raffaele Lombardi mi disse che non ama molto la scrittura, trovandola una forma di rappresentazione meno immediata rispetto alla musica e alla pittura.

È con lui che ho parlato per fare il punto della situazione, perché io come molti altri ho visto l’ultimo concerto come un grande traguardo, ma anche come una sorta di cesura con quello che erano stati fino ad allora. Anche se forse dovrei essere più cauta, dato che il cambiamento era cominciato già con Innuendo suonato con l’orchestra sinfonica. Quindi non si tratta di uno strappo, ma di una naturale evoluzione per musicisti che suonano insieme da diciassette anni. Di conseguenza, ça va sans dire, un discorso completo deve partire da quello che hanno rappresentato da sempre i Killer Queen.

 

 

1) Raffaele, qual è secondo te la strada che deve percorrere un tributo ora?

Per risponderti preferirei partire da un altro punto di vista, ovvero "cos'è un tributo?"

un "tributo" è forse l'ambizione di un gruppo di ragazzi che hanno una gran voglia di suonare le canzoni dei loro beniamini? un "tributo" è forse la scusa per trovare un ingaggio in un locale che proponendoti con musica originale non ti chiamerebbe mai? un "tributo" è forse l'egocentrismo di ognuno di noi e la volontà di vivere la propria vita fingendo d'essere qualcun altro? mah, forse alla fine un "tributo" è l'insieme di tutte queste componenti.

Per quanto ci riguarda, noi Killer Queen ci siamo formati all'inizio del 1995 incontrandoci al concerto di Roger Taylor all'allora Teatro Tenda di Firenze. Venivamo tutti da esperienze di vario genere e, mentre alcuni di noi avevano già una certa fama all'interno del circuito rock fiorentino e nazionale, io ero praticamente sconosciuto a tutti. Di "tributi" non ne esistevano, salvo pochissimi e, certamente non ne esistevano dei Queen, almeno in Italia. Io ero semplicemente e da molti anni un grandissimo fan dei Queen. Sono entrato solo perché avevo una voglia matta di cantare le canzoni che per anni erano state urlate a squarciagola sullo stereo di casa e che rappresentavano in qualche modo la colonna sonora della mia vita di adolescente e oltre.

I KQ, e qui Fiammy vengo alla tua domanda, da allora di strada ne hanno fatta tanta, tantissima, ben oltre ogni immaginazione. Oggi il concetto di "tributo" è totalmente cambiato, oggi per "tributo" si intende quasi esclusivamente "sosia", ovvero la cosa più distante da quello che intendevamo noi 17 anni fa, e intendiamo tutt'ora. Oggi per noi esiste un'unica strada da percorrere, quella dell'onestà con noi stessi. Quella del non rendersi ridicoli più di quanto noi tutti ultraquarantenni già non siamo nell'affrontare il repertorio di mostri sacri come i Queen e, per quanto mi riguarda di personaggi unici e inimitabili appunto, come Freddie Mercury. Personalmente infatti la mia maggiore attenzione ma allo stesso tempo anche la mia maggior sofferenza consistono proprio nel cercare il giusto "punto di equilibrio" tra passione e carica emotiva, ben sapendo che la possibilità di "cadere nel ridicolo" è sempre li dietro l'angolo.

 

2) Voi come tutti fate i conti sia con l’esperienza maturata, sia col tempo che passa e che fa mutare gli obiettivi.  Quale strada vorreste segnare per i Killer Queen d'ora in poi, cos'è cambiato rispetto agli inizi?

Rispetto agli inizi siamo cresciuti molto, sia come uomini che come band. Siamo più aperti alla discussione e alla critica reciproca. Beh, ammetto che avendo ognuno di noi caratteri di forte personalità, spesso la critica che più ci piace è quella che riguarda qualcun'altro, ma tant'è...

Oggi poi sappiamo che la band intesa come entità è più importante di ogni nostro singolo egoismo, perciò tendiamo a difenderla molto più di quanto non facessimo un tempo.

Siamo tutti convolti nel cercare di far crescere il gruppo e tutti noi, chi in un modo chi in un altro, diamo un contributo in tal senso.

La strada da percorrere quindi è quella continuare a sfidare i nostri limiti musicali e umani, cercando di non sedersi sugli allori di ciò che di buono è già stato fatto, ma alimentando nuove sfide e nuovi traguardi e mai come in questo momento c'è stata una tale unità d'intenti tra noi. Poi la motivazione che forse più d'ogni altra ci spinge, è proprio quella di voler dimostrare che i Killer Queen, nonostante suonino da sempre il repertorio dei Queen, valgono come band, non soltanto come "tribute band". Questa è la nostra vera sfida, quella più difficile, come difficile sarà vincere la diffidenza di chi potrebbe, forse a ragione, tacciarci di presunzione, anche se sono già tanti quelli che oggi riconoscono che l'appellativo di "tribute band" comincia a calzarci stretto addosso.

 

3) Qual è stato il momento esatto in cui vi siete accorti che non vi bastava più essere un tributo?

L'eccellente riuscita del concerto dello scorso anno che abbiamo tenuto a Firenze insieme ad una fantastica Orchestra Sinfonica in occasione del ventennale dell'uscita dell'album Innuendo, la sua preparazione , che è durata mesi, ci ha dato la convinzione che lavorando sulla qualità avremmo portato a casa risultati sempre migliori. Da quel concerto in poi (che è stato un sorta di spartiacque per i KQ dato che in quel momento le cose all'interno della band non andavano granché bene) abbiamo deciso di toglierci la maschera e cercare di spiccare il volo per una direzione tutt'ora a noi ignota.

 

4) Sul tipo di qualità che cercate vi trovate tutti d'accordo?

Direi di sì; come ti dicevo prima, mai come oggi da questo punto di vista c'è stata una cosi totale unità d'intenti tra di noi.

Conosciamo benissimo cosa vuol dire fare la gavetta, l'abbiamo fatta per anni e continuiamo a farla tutt'ora, ma nessuno di noi oggi ha intenzione di "svendere" anche un solo briciolo della propria dignità per qualche concerto in più. Lavoreremo per tenere i KQ su un livello importante, poi se non ci riusciremo ne trarremo le nostre conclusioni.

 

5) Vi crea disagio il fatto di non essere degli autori?

In realtà all'interno dei KQ ci sono invece degli autori eccellenti! Mario, Daniele; Giacinto, ma direi che, chi più chi meno, ognuno di noi ha composto o compone; alcuni hanno anche progetti alternativi ai KQ dove poter dare libero sfogo anche alla propria vena creativa. La cosa non vale per me perché, per quanto mi riguarda, conosco bene i miei limiti e so che mai una mia canzone potrà essere migliore di quelle che ho la fortuna di cantare coi Killer Queen.

 

6) Ipoteticamente, se doveste percorrere un percorso da autori a che tipo di rock potreste essere interessati?

Veniamo quasi tutti da influenze musicali piuttosto simili e comunque molto vicine al rock classico, quale quello di Elvis, The Beatles, The Who. Invece, Daniele e Nicola vengono da ambiti eterogenei: più vicino al jazz e il progressive l'uno e più vicino alla classica e alla fusion l'altro.

Devo dire che questi anni ci siamo anche influenzati vicendevolmente e comunque, se mai dovessimo percorrere un nostro percorso da autori, credo sarebbe quasi inevitabile non attingere a quelle che sono da sempre le nostre fonti. Siamo amanti della musica rock, comporremmo musica rock.

 

7) Che cosa ne pensi del connubio rock-musical sperimentato da Brian e Kerry?

Penso che il progetto Brian & Kerry, sia quanto è uscito di meglio dai Queen restanti dopo la morte di Freddie; si tratta di qualcosa che ha un proprio percorso autonomo, ma che resta nel sentiero tracciato dai Queen e lo fa senza bisogno di "squilli di tromba", con grande modestia e misura. Credo che in lei Brian abbia finalmente trovato la "sua" voce. Lui in effetti potrebbe avere qualsiasi cantante al proprio cospetto, ma è chiaro e lampante perché sceglie lei e solo lei; perché lei ha le qualità di umiltà e di professionalità che si confanno a Brian May perché caratterizzano la sua stessa personalità al di là del suo enorme spessore artistico.

 

8) Brian May ha osato il cambiamento, arrangiando brani per lo più già editi e suonandoli con Kerry Ellis alla voce. In piccola parte, avete seguito il cammino tracciato da lui con la serata del 18 maggio scorso all’Obihall di Firenze. Come avete proceduto per studiare il repertorio concordato con Kerry Ellis e come vi siete trovati con lei al momento di eseguirlo?

Tutto parte da uno stimolo, da una scintilla, da un'idea; incontrare Kerry e Brian a Sanremo dopo la loro favolosa esibizione al festival ha fatto scattare in noi quella "scintilla".

Il resto è venuto quasi in automatico; il fatto poi che un'artista di calibro internazionale quale Kerry Ellis è, abituata a lavorare con Brian May e con professionisti di altissima qualità, ci abbia concesso non solo la sua fiducia, ma anche abbia dichiarato la sua stima nei nostri confronti, ha facilitato e non poco l'approccio al lavoro.

I brani del suo repertorio li abbiamo decisi noi e lei insieme, con la supervisione diretta di Brian May; è stato un processo veloce e molto stimolante. Poi, una volta deciso cosa fare, naturalmente ci siamo chiusi in sala prove per oltre un mese e abbiamo lavorato sodo e quando lei è atterrata a Firenze, pochi giorni prima del concerto, eravamo prontissimi. Con nostra e sua grande sorpresa e gioia, la sintonia tra di noi è stata immediata e totalmente naturale. Credo che chi ha assistito al live di Firenze abbia effettivamente colto questa sinergia del tutto genuina. In qualche modo stavamo sfidando l'ignoto e nessuno di noi sapeva cosa sarebbe potuto accadere. È stato bello. Si è dimostrata una professionista di grande livello e soprattutto una donna di un'umiltà davvero sorprendente.

Questo ha aiutato moltissimo.

 

9) Hai passato un bel po' di tempo dietro le quinte il 18 maggio... Ti sei sorpreso a chiederti se in quel momento Kerry fosse soddisfatta dell'esibizione?

No. perché la sua soddisfazione era evidente. Ce l'ha palesata sul palco e anche dopo il concerto, ringraziandoci ad uno ad uno per la serata. Quello che davvero mi ha sorpreso, ripeto, è stato il feeling che abbiamo instaurato. Speriamo di poter ripetere un giorno.

 

10) Spesso ti si sente dire che butti il cuore oltre l'ostacolo; se dovessi riportare quest'espressione all'esperienza attuale dei Killer Queen, cosa pensi possa rappresentare l'ostacolo?

Io non sono un cantante.

Io non studio canto.

Io sono semplicemente un fan dei Queen che sale su un palco chiude gli occhi dalla vergogna e comincia a cantare le canzoni dei propri beniamini di sempre.

Si potrebbe dire e tante volte lo dico a me stesso: “Io sono un pazzo, uno matto da legare! Io mi voglio male!”

L'unica cosa che può rendere tutto ciò un minimo credibile, principalmente ai miei stessi occhi e di conseguenza a quelli degli altri, è cercare di fare ciò che faccio, mettendoci dentro qualcosa. La tecnica non posso metterla perché non ce l'ho. Quello che posso metterci, cercandolo dentro di me con ogni forza, è il sentimento, altrimenti mi sento tremendamente ridicolo ai miei stessi occhi: devo chiudere gli occhi e cercare di fare mie le parole che canto e ti garantisco che questo è il lavoro più difficile per me. Non banalizzare, non cadere nel ridicolo, non voler strafare ad ogni costo. Io devo, oggi più che mai, cercare di sentire mio ciò che faccio, altrimenti non ci riesco. Ecco qual è l'ostacolo. L'ostacolo è la mia dignità di persona, al cospetto dell'artista che ho il privilegio di interpretare.

 

 
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